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Donne in toga: avvocati o avvocate?

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È tornata alla ribalta sui media, ed esattamente sul n. 47 di Donna Moderna, settimanale edito da Mondadori, la diatriba semantica più discussa in ambito forense e sulla quale, nessuna autorità, dal CNF alle sezioni unite, ha fornito lumi: le chiamiamo avvocato o avvocate?

Dopo che il termine avvocata è comparso sulla copertina della rivista, alcune lettrici si sono rivolte alla redazione esponendo alcune ferme posizioni: “neologismo che ci sminuisce anziché elevarci”, “necessità di violentare la lingua italiana”.

La direttrice, Annalisa Monfreda, intervenuta sul n. 49 per moderare il dibattito, ha spiegato che la parola avvocata non ha nulla di aberrante e che l’uso non comune è legato alla circostanza che, per lungo tempo, le donne non hanno avuto accesso alla professione forense. Garbatamente, la stessa numero uno della redazione ha precisato: chiamatemi come volete, la sostanza non cambia, poi ho fatto la mia scelta, direttrice, e non mi sento sminuita.

Altalex aveva già messo on line, l’8 marzo 2018, un articolo a mia firma, dove mi ero presa la licenza, col placet della redazione, di giocare con le parole: “Toghe rosa: quelle che da grande volevano fare le avvocate”. Sui social si era scatenato un vespaio di commenti, ma l’epiteto avvocata, su cui i lettori avevano focalizzato l’attenzione, aveva offuscato i dati dei redditi medi delle giuriste, analiticamente riportati sul pezzo, e di gran lunga inferiori rispetto a quelli degli uomini. Ciò nonostante, il numero delle iscritte, in molti albi italiani, aveva già superato quello dei legali maschi.

Uno studio del 2017 condotto da McKinsey & Company sugli studi legali americani ha rilevato che solo il 19% dei partner azionari sono donne. Un’indagine PwC del 2019 ha rilevato un rapporto simile tra le partner femminili nelle principali law firm del Regno Unito, a dispetto della circostanza che le avvocate rappresentano una categoria più numerosa dei lawyer maschi.

La disputa semantica sulle declinazioni al femminile non si limita al mondo forense: qualche mese fa ho avuto occasione di conoscere il primo, anzi la prima, cittadina del mio paese che, con fare per nulla virile, aveva evidenziato di voler essere appellata “la” sindaco. Il sostantivo era rimasto immutato, mentre il genere aveva interessato unicamente l’articolo determinativo.

Quelle che gli uomini relegano a questioni ormonali, per noi donne potrebbero inquadrarsi come faccende di dosaggi, e cioè quanto più o meno marcatamente gli estrogeni influiscono sulle nostre incombenze, nelle diverse fasi e circostanze delle esistenze rosa.

Qualche giorno fa la mia piccola Luisa, neppure seienne, ha rifiutato di indossare in paio di pantaloncini azzurri, evidenziando che li avrebbe potuti mettere anche un maschio, quindi specificando che i pantaloni da femmina sono rosa o con gli strass. Il principio di diritto della sua sentenza è stato il seguente: ok al pantalone, tipico indumento maschile, anche per le femminucce, purché sia customizzato in versione woman.

Non so di cosa si occuperà Luisa da grande, ma un una cosa è già ben chiara: se vorrà esercitare il mestiere del papà o della mamma, rispettivamente l’avvocato e l’avvocata, indubbiamente sotto la toga corvina indosserà un tailleur fucsia.

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