Genitori efficaci, consapevoli, presenti… semplicemente genitori
L’amore genitoriale
Nella legislazione si parla di “genitorialità”, soprattutto per le misure a sostegno della stessa, ma non vi è alcuna definizione di essa (nel codice civile è disciplinata la responsabilità genitoriale nei novellati artt. 316 c.c. e ss) perché è una sfera in continuo divenire (con il venire, divenire e avvenire dei figli) che non riguarda solo l’ambito giuridico o quello psicologico o sociologico (illustre l’assunto del giurista del ‘900, Jemolo, secondo cui “la famiglia è un’isola che il diritto può solo lambire”). È una sfera che sfugge a definizioni anche perché attiene all’amore e l’amore non può essere contenuto in definizioni o confini.
L’amore, in particolare quello genitoriale, deve nutrire la vita e non fagocitare la vita. “Beh, ci sono persone convinte di non meritare l’amore. Loro si allontanano in silenzio dentro spazi vuoti, cercando di chiudere le brecce al passato” (dal film “Into the wild – Nelle terre selvagge”). Può essere tristemente così una famiglia anaffettiva per la presenza di genitori anaffettivi o narcisisti o egoisti o borderline che determinano i cosiddetti “orfani di amore” cui non è garantito il diritto del fanciullo “a conoscere i propri genitori ed essere da essi accudito” (“conoscere” e “accudire” con tutta la loro pregnanza di significati: alla base della relazione genitori-figli) di cui all’art. 7 par. 1 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Genitorialità è responsabilità, responsività, in una parola inglese “responding”, “essere sensibile, pilastro portante, reagire”.
Lo psicologo e psicoterapeuta Fabrizio Fantoni chiarisce: “Non sono pochi quelli che cercano di evitare dolori e frustrazioni ai figli, presentandoli solo a parole, ma impedendoli nei fatti. Ad esempio, con un supporto eccessivo, seguendoli regolarmente in ogni attività di studio, per paura dell’insuccesso. Oppure cercando sempre i colpevoli delle difficoltà dei figli al di fuori, negli insegnanti o nelle cattive compagnie di classe, o magari nel partner. Le madri vengono accusate dai padri di essere invadenti e troppo esigenti, e i padri di essere inconsistenti, assenti o eccessivamente severi. Le responsabilità altrui, per quanto presenti, non spiegano tutto, anzi finiscono per deresponsabilizzare il ragazzo. Che va invece richiamato a capire quali passi avanti possa mettere in atto, anche in condizioni oggettivamente non facili. Sembra che talvolta alcuni genitori pensino che la crescita sia un processo lineare e tranquillo, che può incontrare qualche esitazione, ma non implica particolari travagli. Al contrario, impone ai ragazzi di uscire dal porto rassicurante dell’infanzia per affrontare gradualmente il mare aperto, con le sue tempeste, che richiedono sempre di pagare un prezzo in termini di fatica e di dolore”. Occorrerebbe, perciò, dare applicazione sostanziale a quanto previsto nell’art. 24, relativo al diritto alla salute, lettera f della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia: “sviluppare la medicina preventiva, l’educazione dei genitori e l’informazione ed i servizi in materia di pianificazione familiare”. Già nell’art. 1 lettera a della legge 29 luglio 1975, n. 405 “Istituzione dei consultori familiari” si prevedeva “l’assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile e per i problemi della coppia e della famiglia, anche in ordine alla problematica minorile”. Da notare che in questa disposizione si parlava di “maternità e paternità responsabile” e non astrattamente di “responsabilità” e si usava l’aggettivo “responsabile” al singolare.
I genitori devono dare amore più che cose e non strafare per darle, infatti Fabrizio Fantoni spiega: “Al “figlio iperstimolato”, mamma e papà moltiplicano le occasioni di esperienza per consentirgli di portare a compimento le magnifiche premesse delle sue capacità: dai giochi intelligenti ai corsi, alle visite ai musei, ai viaggi… Ma la mente del bambino ha bisogno anche di tempo per dare ordine alla quantità di informazioni che riceve. Se viene eccessivamente rimpinzato di stimoli ed esperienze, senza dargli il tempo di metabolizzarle, ne resta ingolfato”. Nell’art. 27 par. 2 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia si legge: “I genitori o le altre persone aventi cura del fanciullo hanno primariamente la responsabilità di assicurare, nei limiti delle loro possibilità e delle loro disponibilità finanziarie, le condizioni di vita necessarie allo sviluppo del fanciullo”.
Esplicative anche le parole della scrittrice Michela Murgia: “Il patto familiare può vincere i suoi difetti congeniti solo se non viene usato per giustificarli. «Ti abbiamo fatto male nonostante siamo i tuoi genitori» è molto più onesto che dire «Come tuoi genitori abbiamo fatto solo il tuo bene»”. I genitori devono fare il possibile, non l’impossibile né meno del possibile, senza cadere nelle forme di ipercura, discuria, incuria. Nel “tessuto familiare” si è tutti concatenati e tutto è concatenato per cui un qualsiasi “taglio” lacera, intacca ogni membro e, soprattutto, quelli più deboli: “Convinti che la famiglia, quale nucleo fondamentale della società e quale ambiente naturale per la crescita ed il benessere di tutti i suoi membri ed in particolare dei fanciulli debba ricevere l’assistenza e la protezione necessarie per assumere pienamente le sue responsabilità all’interno della comunità” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).
“Gli effetti di ogni atto si irradiano, come cerchi concentrici nell’acqua, e raggiungono altri che neppure conosciamo e che forse non incontreremo mai. Eppure le loro vite dipendono in qualche modo, invisibilmente, da noi” (Giuseppe Savagnone, esperto di educazione). Nella coppia e in famiglia non ci si deve liberare da ogni responsabilità dicendo che non si è fatto nulla o che non si è fatto mancare nulla, ma bisogna tener conto di ogni azione, di ogni omissione e della comunicazione paraverbale e metaverbale. Consapevolezza è responsabilità e viceversa e genitori consapevoli non possono che essere responsabili. “La salute è creata e vissuta dalle persone all’interno degli ambienti organizzativi della vita quotidiana: dove si studia, si lavora, si gioca e si ama. La salute è creata prendendosi cura di se stessi e degli altri, essendo capaci di prendere decisioni e di avere il controllo sulle diverse circostanze della vita, garantendo che la società in cui uno vive sia in grado di creare le condizioni che permettono a tutti i suoi membri di raggiungere la salute” (dal paragrafo “Entrare nel futuro” della Carta di Ottawa per la promozione della salute).
La saggista Lucetta Scaraffia richiama: “Eppure i genitori non dicono nulla, non protestano, o se lo fanno lo fanno stancamente, con il tono di chi sa di avere già perso la partita. Perché la legge del «fanno tutte così» si impone e in questo modo si rafforza costantemente. Sono sempre più gli adulti – genitori e insegnanti – che hanno gettato la spugna, pensando che il disastro sia inevitabile. Anzi, è così forte il richiamo della modernità in questi comportamenti, che pensano addirittura che tutto ciò sia un bene e, in fondo, ammirano la loro figlia che sa stare al passo con i tempi. Questa ritirata di famiglia e scuola davanti al compito educativo è sempre più tangibile, più visibile nel travestimento esibito di questi giovani, nella loro aria annoiata e scontenta, nel loro chiedere sempre più oggetti per placare una fame che non può trovare sollievo in quel modo”. Genitorialità è responsabilità genitoriale in termini civilistici (artt. 316 e ss. cod. civ.), responsabilità civile endofamiliare ed esofamiliare (art. 2048 cod. civ.) e corresponsabilità educativa (tra cui la responsabilità nell’allevare – che evoca il sollevare –, art. 18 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). Significativa la locuzione dell’art. 316 comma 1 cod. civ. secondo cui “Entrambi i genitori hanno la responsabilità genitoriale che è esercitata […]” da cui discende l’essere responsabili: avere la responsabilità genitoriale è avere contezza dell’essere genitori, “dal latino res-pondus, significa anche portare il peso delle cose, delle scelte effettuate” (questa un’accezione di “responsabilità” per l’economista Stefano Zamagni), portare il peso dell’aver messo al mondo un figlio e dover “rispondere a e di”.
La Scaraffia aggiunge: “Tutte le parole come sacrificio, responsabilità, fatica, che nei secoli sono diventate anche obbligo di legge – i doveri dei genitori nei confronti dei figli e poi quelli dei figli verso i genitori, i doveri di aiuto tra coniugi ed ex coniugi – sono messe da parte, non hanno spazio in questa nuova visione in cui l’amore facile trionfa. Il fatto che sia stato necessario regolamentare anche i rapporti d’amore con obblighi di legge e sanzioni per i trasgressori dovrebbe invece aprirci gli occhi: queste regole dimostrano che l’amore non basta, che anche l’amore può finire, può esaurirsi, può diventare un peso di cui ci si vuole liberare. E che gli esseri umani hanno bisogno di norme, istituzioni, perfino di sanzioni, per non arrivare a farsi del male a vicenda. Quando parliamo di amore, quindi, dobbiamo essere più prudenti, illuderci di meno. Dobbiamo ricordarci che la natura umana è fragile e contraddittoria. Considerare l’amore la misura su cui fondare leggi e norme di convivenza può essere molto pericoloso”. L’amore può e deve ispirare le leggi ma non può governarle o indirizzarle, perché potrebbero risultare ancor più danneggiati quei soggetti deboli come i bambini (quanti errori si commettono per amore o troppo amore?). Da qui la necessità di alcune branche del diritto, quali il diritto di famiglia e il diritto minorile anche nelle fonti di diritto internazionale come la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (Risoluzione adottata dall’Assemblea Generale il 25 settembre 2015).
Purtroppo l’adultità (di cui la genitorialità dovrebbe essere la massima espressione) è sempre più latitante e con essa tutto ciò che la dovrebbe caratterizzare, maturità, decisionalità, responsabilità. I bambini ne pagano le conseguenze perdendo l’infanzia (e talvolta la vita) e non trovando spesso nelle istituzioni degli alleati in difesa dei loro diritti, perché si bada a costi o ad altro.
Lo spessore genitoriale
Genitorialità è dare l’avvio, fissare paletti, indicare traguardi (anche questa è l’autorità) e un’“istruzione” è data nell’art. 18 par. 2 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia: “Nell’assolvimento del loro compito essi [i genitori] debbono venire innanzitutto guidati dall’interesse superiore del fanciullo”. A tale proposito lo psicoterapeuta Alberto Pellai scrive: “A volte per i figli è molto più tranquillizzante sentire che mamma e papà hanno il controllo della situazione e che, quindi, fare la cosa giusta non dipende in toto da loro, che possono essere ancora molto fragili, incerti, confusi e incapaci di gestire situazioni […]. E ci si sente più sicuri se mamma e papà ci prendono per mano e ci indicano la strada, invece che lasciarci andare da soli e liberi in zone che non conosciamo bene”.
I genitori possono e devono dare indicazioni ai figli, come pure si ricava dall’art. 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, ma per il resto non ci sono ricette o mappe comprovate e sicure. “Cosa serve per essere un genitore perfetto? Dario non ha dubbi: per prima cosa ci vuole un bambino. Quindi se ne inventa uno e lo chiama Tobia. Poi servono miliardi di kg di divertimento, un sacco di risate, giri in moto a tutta birra e immersioni nell’oceano per scoprire dove vivono i bastoncini di pesce. «Questo serve!» pensa Dario, «è così che si fa per essere genitori supermegaultrafantastici!». Tobia, invece, non cerca un genitore perfetto ma un genitore che, anche se sbaglia, non smetta di provare a fare la cosa giusta. Un genitore che trovi il tempo di cantare una ninna nanna, di abbracciare e, quando ci vuole, di rimproverare e poi spiegare. Questa è la storia di quanto è difficile capirsi e di come, per farlo, sia necessario affrontare la cosa più bella e complicata del mondo: stare insieme. Semplicemente” (trama dello spettacolo teatrale “Mai grande… un papà sopra le righe”). La genitorialità è come il gerundio, un modo verbale indefinito che ha soltanto due tempi, il gerundio presente (o semplice) e il gerundio passato (o composto). Solo il tempo, “genitorialando”, potrà dire come è stata esercitata, vissuta, elargita la genitorialità.
Genitorialità non è dare alla luce un figlio, è una relazione, è dare per ricevere e ridare continuamente risposte di vita, alla vita, è responsabilità e responsività. Anche questo è il significato dell’aggettivo “morale” che qualifica quell’assistenza che i genitori devono ai figli, indipendentemente dall’età e da ogni altra cosa (artt. 147 e 315 bis comma 1 cod. civ.). Il bioeticista Paolo Marino Cattorini sostiene: “In effetti, nella scelta di diventare papà e mamma entra in crisi un modo sperimentale di guardare alla vita: mezze decisioni, prove incredule, tentativi provvisori, cedimenti alla moda, pigri compiacimenti. Si possono rinegoziare contratti, annullare matrimoni, cambiare mestieri logoranti e abitudini noiose, ma la promessa di cura, dichiarata a un bambino, non è dissolubile. Tu starai con lui, come padre o madre, chiunque egli sia, dovunque ti porti, qualunque problema sorgerà”.
La genitorialità si scrive nel tempo e s’iscrive nella vita dei figli, si riempie di contenuti nella relazione con i figli e dà contenuti ai figli. “Molte ricerche psicologiche – riferisce Ada Fonzi, esperta di psicologia dello sviluppo – hanno messo in rilievo l’importanza che il rapporto con le figure genitoriali ha in tutte le fasi dello sviluppo personale tanto da incidere anche nella vita adulta, nei rapporti di lavoro e in quelli sentimentali. Sembra, insomma, che le esperienze maturate in famiglia nei primi periodi della vita modellino i comportamenti che mettiamo in atto nelle nuove relazioni che costruiamo in seguito. Chi ha avuto genitori affettuosi e premurosi nella prima infanzia tenderà a stabilire relazioni intime positive nel corso della vita; al contrario, bambini maltrattati e abusati diventeranno più facilmente adulti maltrattanti e abusanti. Ma il comportamento umano è più complesso di quello che le ricerche, per quanto accurate, riescono a cogliere. È difficile, per esempio, spiegarsi come e perché bambini con genitori freddi e rifiutanti o affetti da alcolismo, sindromi psichiatriche e altre gravi deficienze, continuino a ricercarne l’affetto e l’attenzione senza che delusione e risentimento prendano il sopravvento”. “Genitore”, parola che deriva dal latino “gignere”, generare, produrre, e dal suffisso “-tore”, che indica il soggetto agente. Il genitore, pertanto, è colui che dà e ridà la vita, come sta scritto nella vita stessa, e non vi si può sottrarre. Il diritto delimita (o declina), poi, la genitorialità in vari modi, per esempio nell’art. 315bis del codice civile “Diritti e doveri del figlio”, oppure in caso di inadempimenti nell’art. 570 del codice penale “Violazione degli obblighi di assistenza familiare” e, in via generale, nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
Lo psicoanalista Massimo Recalcati precisa: “Un genitore non è un amico. Egli ha una responsabilità illimitata verso i propri figli. Il nostro tempo tende a misconoscere queste responsabilità e la differenza simbolica tra le generazioni sulla quale si fonda. Non credo che si possa dire cosa deve essere un corretto rapporto educativo. I genitori sbagliano sempre; Freud diceva che il loro era un mestiere impossibile. Quello che conta è provare a tenere insieme la Legge, il senso del limite, e il desiderio, ovvero la possibilità di avere una passione, una forza, un progetto”. Nell’articolato della Costituzione vi sono i fondamenti della genitorialità, in particolare è eloquente la locuzione “dovere e diritto dei genitori” (art. 30 comma 1 Cost.), richiamando prima il dovere e poi il diritto (responsabilità e libertà genitoriali in luogo della potestà genitoriale), entro limiti e con certi limiti, all’interno del rapporto e all’esterno del rapporto (come nel riconoscimento dei danni endofamiliari ed esofamiliari).
La genitorialità non è una dimensione astratta ma è fatta di maternità e paternità e la genitorialità della madre e del padre è un apporto e un rapporto di differenze. Come gli strumenti musicali formano un’orchestra ed eseguono un concerto così la genitorialità è un concerto di vita e alla vita ma, purtroppo, questo concerto non sempre riesce a causa dei conflitti nella coppia coniugale/genitoriale. Dinamica descritta dal filosofo e antropologo francese René Girard: “Dal momento in cui desideriamo la stessa cosa che desidera un modello abbastanza vicino a noi, nel tempo e nello spazio, per far sì che l’oggetto desiderato passi alla nostra portata, ci sforziamo di toglierglielo e la rivalità tra lui e noi è inevitabile. È la rivalità mimetica. Questa può raggiungere un livello d’intensità straordinario. Essa è la responsabile della frequenza e dell’intensità dei conflitti umani, ma, fatto strano, nessuno parla di lei. Essa fa di tutto per dissimularsi e in genere, anche agli occhi dei principali interessati, ci riesce” (R. Girard in “Celui par qui le scandale arrive”, Paris, 2001, p. 18 e ss.). Spesso la conflittualità di una coppia è così esacerbata che si perde di vista la ragione per cui si sta litigando, in particolare quando si dice che lo si fa per il presunto bene dei figli. Per prevenire e non cadere in una stagnante incomunicabilità bisognerebbe acquisire la consapevolezza di queste dinamiche: è anche questo il senso attualizzato di quella “pianificazione familiare” di cui si parla nell’art. 24 lettera f della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Perché genitorialità è connaturalmente fare sacrifici secondo il senso dato da Girard: “Funzione del sacrificio è quella di placare le violenze intestine, d’impedire lo scoppio di conflitti” (R. Girard in “La violenza e il sacro”, Milano, Adelphi, 2005, p. 30).
E se si fosse tutti più adulti e maturi, sarebbe sufficiente parlare di genitorialità e non di bigenitorialità, perché si è genitori in due.
La scrittrice Michela Murgia parla di “[…] aborto retroattivo”, “[…] chi non è mai veramente nato”: figli capitati, indesiderati, non accettati, maltrattati, violati, abbandonati, iperprotetti, trascurati, dimenticati. La genitorialità non è un fatto privato, ma un fatto sociale: se si sbaglia grossolanamente, prima o poi, si devono fare i conti dapprima con i figli e successivamente con gli altri.
I genitori devono (o dovrebbero) solo e sempre tenere a mente che un figlio non ha bisogno di tutto o di molto: “[…] è loro obbligo prioritario procurare al fanciullo una vita dignitosa e assicurargli, nella misura consentita dalle loro risorse finanziarie, i mezzi per soddisfare le sue necessità” (n. 8.11 della Carta europea dei diritti del fanciullo, Risoluzione del Parlamento Europeo dell’8 luglio 1992). “È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” (da “Il Piccolo Principe”): l’emergenza sanitaria ha rivelato quanto siano fondamentali e insostituibili le relazioni familiari e le emozioni che ne scaturiscono.
Genitori: “geni” (plurale di “gene” e “genio”) e “tori” (animale simbolo di fertilità, di forza invincibile, di sacrificio, di altruismo), vita e vitalità, forza e tenacia.

