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Diritto all’informazione e Coronavirus

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“Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere”, diceva Igor in Frankenstein Junior. E in effetti nella scena del film mancava solo il diluvio che però immancabilmente arrivava appena finita la frase. Perché un diluvio è quello che sta per abbattersi sulla nostra povera Italia. L’attenzione è ora tutta posta, e giustamente, sull’emergenza sanitaria e spesso si sente ripetere la frase: “dopo il Coronavirus il mondo non sarà più quello che abbiamo conosciuto”. Ma forse occorre chiedersi quale sarà il mondo che ci aspetta. Perché di quello poco si parla. Soprattutto di alcuni dettagli. E forse bisogna chiedersi perché si ha l’impressione che certe informazioni non vengano date e/o divulgate.

La polemica tra il premier, Giuseppe Conte e il direttore del Tg di La7, Enrico Mentana ha riproposto il tema della faziosità dell’informazione in una fase di emergenza nazionale. E’ stato affermato che “i giornalisti dovrebbero fermarsi alla cronaca dei fatti senza indulgere a polemiche fuorvianti, che finiscono per deviare l’attenzione generale dai veri problemi del Paese”. Giustissimo. Ma quando vi sono notizie che non vengono trasmesse all’opinione pubblica?

Il Governo con il Decreto Liquidità ha previsto la possibilità di accedere ad erogazioni fino a 25.000,00 euro per le PMI. Si tratta di un finanziamento garantito al 100% dallo Stato ed erogato dalle banche sulla base di adempimenti ridotti al minimo.

Un portale d’informazione (uno dei tanti) così descrive il prestito “tra le norme presenti nel decreto Liquidità ci sono quelle relative al sostegno economico alle imprese, prevedendo di garantire una copertura del 100% da parte dello Stato sui prestiti erogate dalle banche alle imprese. Per i prestiti è previsto un tasso allo 0,2% o 0,5% massimo e dovranno essere restituiti in 6 anni”. La notizia è stata diffusa in questi termini anche attraverso diversi mezzi d’informazione.  Peccato che non sia così.

L’art.  13 del Decreto-Legge 8 aprile 2020, n. 23 recita testualmente: “In relazione  alle  predette  operazioni,  il soggetto richiedente applica all’operazione finanziaria un  tasso  di interesse, nel caso di garanzia diretta o un  premio  complessivo  di garanzia, nel caso di riassicurazione, che  tiene  conto  della  sola copertura dei soli costi di istruttoria e di gestione dell’operazione finanziaria e, comunque, non superiore al  tasso  di  Rendistato  con durata residua da 4 anni e 7 mesi a 6 anni e 6 mesi, maggiorato della differenza tra il CDS banche a 5 anni e il CDS ITA  a  5  anni,  come definiti dall’accordo quadro per l’anticipo  finanziario  a  garanzia pensionistica di cui all’articolo 1, commi da 166 a 178  della  legge 11 dicembre 2016, n. 232, maggiorato dello 0,20 per cento”.

Un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore l’11 aprile aiuta a decifrare il bizantinismo del testo in politichese stretto. Il Rendistato è un tasso che viene calcolato ogni mese e pubblicato dalla Banca d’Italia. Ad inizio aprile era pari all’1,034%. Anche se in  realtà è un tasso molto ballerino. La differenza tra il CDS (Il Credit Default Swap, l’indicatore che misura il tasso di rischio di un’impresa o di un Paese) “banche” e il CDS “Italia” viene calcolata ricorrendo ad una piattaforma finanziaria privata chiamata Markit. Come scrive il Sole 24 Ore “Premesso che l’accesso a Markit richiede il pagamento di svariate migliaia di euro, non si capisce perché per legge si debba far riferimento ad esso”. Ma andiamo avanti. Il calcolo non è comunque semplice in quanto c’è il CDS di ogni singola banca, banche italiane e banche straniere. Il Sole 24 Ore ha calcolato che al netto di tutti i calcoli e le maggiorazioni, in aprile il tasso finale del prestito “a…  sostegno economico alle imprese” è pari all’ 1,234%.. Altro dunque che “un tasso allo 0,2% o 0,5% massimo”.  Ho chiesto conferma alla mia banca, che ha confermato i dati del Sole. Quindi i 25.000,00 euro sono a tutti gli effetti un finanziamento, non un aiuto alle imprese che di fatto vanno quindi ad indebitarsi ulteriormente, seppur ad un tasso non particolarmente elevato.

L’articolo del Sole 24 Ore si è posto poi una domanda che, almeno a ricordo dello scrivente, sembra essere stato il solo a farsi. Dove recuperano le banche la provvista per erogare questi prestiti? “La provvista avviene attingendo ai programmi Titro a 3 anni della BCE, che hanno un tasso negativo. Se venisse applicato il tetto massimo il guadagno per la banca sarebbe intorno al 2%” scrive Il Sole.

Quindi, riassumendo, la banca per un finanziamento garantito al 100% guadagna il 2% pulito quando non esiste in Italia un investimento a 6 anni garantito al 100% con una tale resa. Il “decreto Liquidità” quindi, lungi dall’essere  “a…  sostegno economico alle imprese” si rivela essere piuttosto un colossale regalo alle banche italiane, molte delle quali potranno raddrizzare magari qualche conto disastrato grazie a questa manna che arriva con il D.L.  8 aprile 2020, n. 23.

Ma c’erano altre possibilità? Proviamo a giocare con quella fantasia che il Governo ha dimostrato di non avere. L’obiettivo era aiutare le imprese? Si poteva ipotizzare un finanziamento infruttifero. Le banche avrebbero lucrato circa uno 0,5% pari alla differenza tra il tasso per i finanziamenti Titro e i “costi di istruttoria e di gestione dell’operazione finanziaria” mentre le aziende italiane sarebbero state sollevate dagli interessi per un finanziamento che, in quel caso, sarebbe stato un vero aiuto alle imprese. L’articolo de Il Sole 24 Ore non è stato smentito. Eppure, come già detto, non ho trovato altri articoli ragionare sull’operazione e fare due conti.

In generale, quello che sembra assente dal dibattito politico e seguito in modo inadeguato dai mezzi d’informazione sono le conseguenze economiche del Coronavirus. O meglio, se ne parla, ma spesso omettendo alcune informazioni invece importanti. Importanti perché devono servire agli Italiani per farsi un’idea sulla situazione economica che troveremo appena passata l’emergenza Coronavirus e su scelte che siamo chiamati a fare e che determineranno la nostra vita nei prossimi mesi come quella circa le modalità dell’avvio della famosa “Fase 2”. Il dibattito sembra tra le due posizioni “privilegiamo la tutela della salute” o “privilegiamo la tenuta economica del Paese”. Certo detto così non c’è storia: chi sacrificherebbe la salute del Paese? Tuttavia occorre essere coscienti di cosa comporta sacrificare “la tenuta economica del Paese”: recessione, disoccupazione, debito pubblico, saccheggio degli asset nazionali da parte di acquirenti stranieri pronti a sciacallare su un tessuto industriale in ginocchio. Si può fare tale scelta, sapendo che stiamo coscientemente buttando a mare il futuro di questo Paese. Ma perché sia “cosciente” la scelta deve essere informata. E invece l’impressione è che le informazioni non vengano date. Chi ha letto per esempio la notizia che l’industria tedesca in questo momento sta consumando 5 volte l’energia elettrica utilizzata dall’industria italiana? Questo significa che, a differenza della nostra, l’industria tedesca sta lavorando a pieno regime. Questo significa che la prima economia manifatturiera europea è pronta a rifornire i mercati con i suoi prodotti, mentre la seconda (la nostra) è al palo col risultato che non vende oggi, non venderà nemmeno domani, perché non avrà cosa vendere, e faticherà a vendere anche dopodomani perché i vuoti che ha lasciato sui mercati saranno già stati riempiti da altri. Si può decidere di restare fermi, ma bisogna conoscerne le conseguenze per poterle valutare.

Invece il dibattito politico e l’informazione economica sembrano non toccare certi temi. Sappiamo infatti tutti, ad esempio, che il Fmi ha stimato che il PIL italiano segnerà nel 2020  un drammatico -9,1%  per recuperare un + 4,8% nel 2021. Questo significa che nel biennio il PIL avrà perso tra il 4 e il 4,5%. Dopo la crisi del 2008-2009, l’Italia lascerà sul terreno un altro importante pezzo di crescita. Il Coronavirus in pratica ci costerà circa il 9,5% del PIL visto che le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI) ante Coronavirus erano di un + 0.5%.

Quello che però non si dice è che l’outlook è negativo. Infatti le stime del FMI risalgono alla metà di aprile. Solo un mese prima (a marzo) lo stesso FMI aveva previsto che Il PIL italiano sarebbe calato nel 2020 solamente dello 0,6%. Più vicino alle stime odierne nel Rapporto di Previsione marzo 2020, Prometeia aveva stimato la contrazione del PIL 2020 in un -6,5% (in un solo anno, dunque, una recessione di portata equivalente alla caduta del biennio 2008-2009) e il recupero 2021 in un + 3,3% con un saldo negativo di circa due punti percentuali. E presumibilmente i dati continueranno a peggiorare se l’economia non riprenderà a girare a maggio. Questo dato è fondamentale per capire che a maggio la produzione deve necessariamente riprendere, ma la condizione perché ciò possa accadere è che per allora il tasso di diffusione del virus sia drasticamente calato. Quindi occorre che tutti da qui a maggio si sottopongano con spirito di responsabilità e disciplina alle limitazioni suggerite dagli esperti ed attivate dalle autorità, evitando di continuare a fungere da veicolo di contagio. Diversamente, a maggio ci troveremo tutti davanti all’alternativa se rischiare di morire per il Coronavirus o di fame. Anche per questo motivo occorre che la popolazione sia informata delle conseguenze delle scelte che quotidianamente essa compie. E di quelle che dovrà fare domani. Perché se gli Italiani non comprendono che è imperativo per tutti salvare il sistema produttivo italiano, il Paese è destinato ad essere spogliato di ogni risorsa. Occorre sostenere il sistema produttivo italiano comprando prodotti italiani e non esteri; e quest’estate fare le vacanze in Italia per ridare fiato all’industria turistica in ginocchio. Certo possiamo non farlo. Ma poi dovremo spiegare ai nostri figli perché dovranno mendicare un lavoro e di che vivere a Tedeschi, Francesi o forse Cinesi.

Perché un altro dato non ha avuto grande spazio nella comunicazione dei mass-media. Per arginare il collasso dell’economia (e con i risultati sopra visti) lo Stato sfonderà ogni programmazione del debito. Secondo il FMI infatti il debito pubblico italiano schizzerà al 155,5%, record mai raggiunto. Anche in questo caso, solo un mese fa il FMI aveva stimato che il debito pubblico sarebbe salito al 137% del PIL con un deficit il deficit al 2,6%,.mentre Prometeia lo stimava in un 150%. E potrebbe non essere il punto di arrivo, visto che Prometeia ha stimato che a fine 2020 il deficit/Pil avrà raggiunto il 6,6% e che nel medio periodo l’Italia dovrà convivere con un elevato livello di disavanzo pubblico (di nuovo sotto il 3% solo nel 2022).

L’anno in corso vedrà, secondo gli economisti del Fondo, anche un forte aumento della disoccupazione, sia in Italia, dove salirà al 12,7% della forza lavoro (rispetto al 10% registrato nel 2019), sia nell’intera Eurozona dove salirà dal 7,7% al 10,4%. Anche tale dato difficilmente compare nell’informazione. La dinamica dovrebbe, o forse potrebbe, essere riassorbita l’anno prossimo con un tasso di disoccupazione stimato al 10,5% in Italia e all’8,9% nell’Eurozona.

Come si diceva le cose sono già brutte così ma potrebbe andare peggio, potrebbe piovere, come diceva il film. In questo caso “la pioggia”, che avrebbe i contorni dell’uragano, può arrivare da diverse direzioni. Può arrivare dall’Europa intorno alla quale si aggirano ben tre spettri. Il primo si trova appena fuori dalla porta e si chiama Brexit. Già si è detto dei danni causati dalla Brexit all’economia europea e, soprattutto, della Gran Bretagna. Ora, in un Paese che sembra politicamente allo sbando (basta vedere come ha gestito l’emergenza CoronaVirus), e che già era in ansia per gli effetti della Brexit sull’economia, si è abbattuto il Coronavirus gestito in modo disastroso. Quanto peserà l’effetto congiunto di Brexit + Coronavirus sull’economia britannica? E questo quanto peserà sull’economia globale? Qualcuno ha visto analisi sulla stampa?

Ma se Londra piange, Bruxelles non può ridere. La struttura dell’Unione scricchiola da ogni parte.  Nomisma ritiene che il mantenimento della stabilità macroeconomica nell’Eurozona (Pil 2020 -5,1%; Pil 2021 +3,4%), e non solo in Italia, richiederà una risposta forte e coordinata a livello Ue: ad esempio attraverso il finanziamento delle maggiori spese con emissioni di titoli europei e la costituzione di un vero e proprio safe asset, che possa anche facilitare la diversificazione del rischio a livello continentale: “In questo contesto, la stabilità macroeconomica verrà garantita solo in un quadro di maggiore condivisione a livello europeo degli oneri della crisi sanitaria e dei suoi effetti. La natura dello shock, simmetrico ed esogeno, necessita di una risposta comune sia nel fronteggiare l’aumento di spese legato alle esigenze immediate sia per sostenere la ripresa dell’economia reale. Nessun paese potrà uscirne da solo. Finanziare queste spese con emissioni di titoli europei permetterebbe di ridurne l’onere sui bilanci nazionali e di fare anche un passo in avanti verso la creazione di quel safe asset continentale che potrebbe favorire la diversificazione del rischio dei sistemi finanziari. Non procedere su questa strada rischierebbe di indebolire il progetto europeo, mettendone a rischio il futuro”. Ma di Eurobond o di Coronabond a Berlino e a l’Aja non vogliono sentirne parlare, a rischio di provocare il collasso dell’Unione, mentre il compromesso sulle misure da mettere in atto per superare lo choc economico raggiunto giovedì scorso all’europarlamento è ancora da decifrare così come il famoso utilizzo del Mes apparentemente “senza condizionalità” (che è comunque collegato ai recovery bond partoriti dall’europarlamento) ma che in realtà potrebbe non essere tale in quanto non si è capito (anche qui l’informazione non è stata chiara) se le condizionalità escluse al momento dell’erogazione rientrerebbero invece dalla finestra sotto forma di controlli al momento della restituzione.

Peraltro nemmeno a Berlino possono permettersi di dormire sogni tranquilli. Da più di un anno un fantasma si aggira per l’Europa e si chiama Deutsche Bank,  prima banca tedesca e nona in Ue per capitalizzazione. L’istituto tedesco ha chiuso il 2019 con perdite da 5,27 miliardi contro i 341 milioni di utile del 2018. Nel quarto trimestre la perdita netta è stata di 1,48 miliardi di dollari, in netto peggioramento rispetto a 409 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. Di fronte alla domanda secca se l’istituto tedesco rischia di fallire, a gennaio 2020 l’economista della Luiss Marcello Messori non si era mostrato pessimista: “Tanto per cominciare parliamo di una banca troppo grande e troppo importante per fallire. E poi il potenziale per farcela c’è, anche se ci sarà un percorso complesso e difficile. Ma non dobbiamo dimenticare che un Paese come la Germania ha tante leve cui ricorrere”. Ma ora la Germania deve sostenere un piano economico da 1.100 miliardi di euro (circa il 15% del PIL tedesco) per puntellare l’economia tedesca. Potrà anche salvare Deutsche Bank? L’eventuale default del colosso tedesco si abbatterebbe sull’economia come un uragano tale da far sembrare una leggera brezza quello della Lehman Brothers del 2008. Eppure chi ha visto recentemente riflessioni sulla stampa circa la situazione della Deutsche Bank?

Se poi ci si allontana dall’Europa non mancano altri segnali inquietanti. Negli Stati Uniti Trump ha annunciato un piano da 2.000 miliardi di dollari. Secondo il Fondo monetario internazionale, il disavanzo del PIL statunitense balzerà al 15,4% nel 2020, mentre scorso anno si era attestato al 5,8%. In prospettiva sarà il valore più elevato tra i Paesi elencati in una tabella contenuta nel Fiscal Monitor.  Peraltro l’economia statunitense anche prima del Coronavirus aveva luci ed ombre. Durante l’epoca di Obama l’incidenza economica dei prestiti d’onore è cresciuta a dismisura. Negli ultimi anni, poi, l’amministrazione di Donald Trump e i governi statali hanno preferito tagliare le tasse a miliardari e corporate e scaricare il costo dell’istruzione superiore sugli studenti e sulle loro famiglie. Negli Stati Uniti la crisi dei prestiti universitari ha raggiunto oggi una cifra iperbolica, producendo 1.560 miliardi di debiti, l’8% del prodotto interno lordo del paese. Ogni ex studente si è caricato un debito di quasi 30mila dollari; e per farlo studiare, la famiglia si è indebitata a sua volta per più di 35mila. Tre milioni di americani con più di 60 anni devono restituire oltre 86 miliardi di dollari in prestiti studenteschi ancora da pagare. Già prima del Coronavirus alcuni economisti avevano previsto che, entro il 2023, il 40% dei mutuatari non sarebbe stato in grado di onorare il debito contratto, con un impatto paragonabile a quello della crisi dei mutui subprime del 2008.

Non è un problema che riguarda solo gli Usa. Nel Regno Unito (ancora loro!) gli studenti si laureano sotto il peso di un debito che può arrivare a 50mila sterline, da ripianare una volta trovato lavoro. Quando diventa tassativo ottenere un voto eccellente per garantirsi qualche borsa di studio, e poi un impiego ben pagato, la pressione sale e diventa insopportabile per chi non riesce a reggere lo stress. E nel 2015 più di 100 studenti si sono tolti la vita. Fenomeni analoghi si stanno registrando in India, dove la questione tocca soprattutto chi si perfeziona all’estero, e anche in Cina.

La Cina. Problemi vi sono anche per il dragone cinese. Per effetto del Coronavirus il deficit balzerà a un valore a due cifre: 11,2% dal 6,4% del 2019. Il PIL si ridurrà ad un modesto incremento del 3,9% risalendo, secondo le stime di Prometeia all’8,9 nel 2021. Tuttavia occorre ricordare che in Cina è in corso la più grande migrazione dalle aree rurali alle metropolitane della storia umana e che, nonostante la crescita impetuosa dell’economia, l’industria non riesce ad assorbire tutti i nuovi arrivati. Quando ancora il PIL cresceva a doppia cifra, ampiamente oltre il 10% annuo, vi era in media 1 milione di nuovi disoccupati all’anno tanto che era stata usata l’immagine dell’elefante in bicicletta: non può rallentare perché altrimenti cadrebbe. Cosa succederà ora con una crescita così modesta?  E questo senza soffermarsi sulle criticità secondarie come quelle dell’Argentina a rischio dell’ennesimo default o della fragilissima economia greca oggi letteralmente massacrata dal Coronavirus con una contrazione del PIL del 10%.

Il rischio dunque è che la crisi indotta dal Coronavirus provochi l’esplosione di una delle tante criticità ora sopite o, peggio ancora, più d’una provocando nell’economia globalizzata una pandemia questa volta economica. E ancora una volta chi ne uscirà più malconcio saranno le economie più deboli. Come la nostra.

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