Paradisi fiscali in Ue: l’Olanda, tulipani e le mani nelle tasche degli altri. Ecco i ladri della porta accanto.
Sei Paesi dell’Unione Europea sono stati indicati due anni fa dalla commissione speciale sui crimini finanziari TAX3 dell’Unione Europea come responsabili di “gestione fiscale aggressiva” un eufemismo per indicare che sottraggono risorse ai propri vicini di casa. Si tratta di Belgio, Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Olanda e Ungheria. Inizialmente con essi figurava anche la Gran Bretagna per la situazione delle isole del canale (Jersey, etc), di Gibilterra e dell’Isola di Man, ma è stata poi depennata in quanto non facente più parte della UE. Più che paradisi si tratta di veri e propri “buchi neri fiscali” come li ha definiti allora l’ex Commissario europeo all’economia Pierre Moscovici, due mesi prima della partenza dei lavori della commissione. Questi Paesi provocano un danno netto a tutti gli altri Paesi. Il quadro era chiaro a Bruxelles, che già negli scorsi anni aveva avanzato critiche ai 7 Paesi per i problemi emergenti dai loro sistemi tributari. Dopo le rivelazioni e gli ultimi scandali fiscali emersi (dai Lux leaks ai Panama paper, dai Football leaks ai Paradise papers…), il Parlamento europeo decise dunque infine di istituire una commissione speciale sui crimini finanziari, sull’evasione e sull’elusione fiscale – cosiddetta TAX3 – insediatasi il 1 marzo 2018. Dopo un anno di lavoro fatto di audizioni, interpelli e investigazioni, TAX3 ha inviato agli eurodeputati una lunga serie di conclusioni e raccomandazioni. Segnalando in particolare che gli allora 7 Paesi dell’Unione “mostrano tratti di paradisi fiscali e facilitano una gestione fiscale aggressiva”. La vecchia Commissione, tuttavia, lasciò andare su un binario morto la questione dei paradisi fiscali nell’Ue (ricordiamo che erano i tempi in cui era presieduta dal lussemburghese Junkers, l’uomo che ha costruito il sistema fiscale lussemburghese). La Commissione ebbe a eccepire solo sul Belgio, che dallo scorso anno, infatti, non offrirebbe più la possibilità di una pianificazione aggressiva. Sulla richiesta del Parlamento di dichiarare ufficialmente paradisi fiscali gli altri Paesi, invece la Commissione Junkers ha invece fatto spallucce provocando l’irritazione di Moscovici, che li bollò con la sopra ricordata definizione.
Ben dunque ha fatto il suo successore, l’ìtaliano Paolo Gentiloni, a riproporre nei giorni scorsi la questione.
Le stime di Bruxelles indicano che le pianificazioni fiscali aggressive all’interno dell’Unione provocano una perdita annuale di gettito compresa tra i 50-70 miliardi (cifre riconducibili alla sola traslazione dei profitti, e che rappresentano il 17% delle entrate fiscali) e i 160-190 miliardi di euro se si comprendono anche gli accordi ad hoc delle maggiori multinazionali con gli Stati e le inefficienze nella raccolta del gettito. Poco meno di 50 miliardi sono l’elusione delle persone fisiche, mentre circa 65 miliardi di euro riguardano le frodi sull’iva transfrontaliera
Secondo quanto evidenziato dai più recenti studi macroeconomici portati avanti da Thomas Tørsløv (Università di Copenaghen), Gabriel Zucman e Ludvig Wier (entrambi dell’Università di Berkeley), questi Paesi sottraggono direttamente agli altri Stati membri, solo in elusione fiscale, oltre 42 miliardi all’anno. A causa del profit shifting, il nostro Paese perde ogni anno il 19% delle entrate tributarie dalle proprie imprese ovvero 7,5 miliardi di euro l’anno, di cui 6,5 all’interno dell’Unione Europea. Sono 3 i miliardi sottratti dal Lussemburgo, 1,6 dall’Irlanda e 1,5 dall’Olanda. Per quanto riguarda le destinazioni extra Ue quasi 700 milioni sono persi a favore della Svizzera, mentre poco più di 270 milioni spariscono a favore di Caraibi, Hong Kong e Singapore.
Germania e Francia sono anche più colpite dell’Italia, perdendo rispettivamente il 28% (19 miliardi di euro di cui quasi 16 restano nei paradisi europei) e il 24% (12 miliardi, di cui 10 rimangono nella UE) del proprio gettito da parte delle imprese.
I paradisi non impoveriscono solo i Paesi da cui fuggono le imprese, ma colpiscono tutto il sistema dell’Unione, perché grazie alla tassazione di favore sborsano molto meno di quanto dovuto, alimentando l’inefficienza del sistema. Questo vale sia per le imprese europee che per quelle extra-Ue ma operanti nell’Unione. Per esemplificare, con una tassazione sugli utili che attraverso un’accurata pianificazione può arrivare fin sotto il 5%, una multinazionale americana con sede in un paradiso e operante nel resto dell’Unione riesce a risparmiare 4 euro ogni 5 teoricamente dovuti. Il paradiso ne incassa solo 1, l’Unione nel complesso ne perde 4. I Paesi dove opera realmente perdono tutto.
Grazie a queste possibilità i paradisi della Ue sono anche leader mondiali nell’attrazione di investimenti diretti esteri fantasma, presentando stock di investimenti in entrata e in uscita di molte volte maggiori del loro prodotto interno lordo, spesso il risultato della creazione di strutture artificiali per abbattere gli oneri. Secondo un report dello scorso dicembre del Fondo monetario internazionale, a firma di Jannick Damgaard, Thomas Elkjaer e Niels Johannesen, il 40% di tutti gli investimenti diretti esteri globali sarebbe fantasma. Olanda e Lussemburgo, che insieme ricevono una quota di investimenti diretti esteri maggiore di quella degli Stati Uniti, ospiterebbero quasi metà di tutti gli investimenti fantasma del mondo. Il Fmi indica che su un totale di 40 trilioni di dollari di investimenti diretti esteri globali, 15 trilioni sarebbero da ricondurre a scatole vuote senza vere attività. Di questi 3,8 trilioni (3.800 miliardi) di dollari sarebbero in Lussemburgo e 3,3 trilioni (3.300 miliardi) in Olanda. Anche questa è una circostanza ben conosciuta dalle istituzioni europee, evidenziata nella relazione del Parlamento dopo i lavori di TAX3. Il documento approvato sottolinea che l’Irlanda riceve più investimenti diretti di Germania e Francia, e che Malta raccoglie investimenti per un ammontare pari al 1.474% della propria economia. Su queste evidenze la Commissione a marchio Junkers non avanzò commenti.
Perché tale immobilismo? Secondo l’ultimo rapporto del Tax Justice Network, pubblicato all’inizio di aprile e intitolato “Time for the EU to close its own tax havens”, due sarebbero le principali ragioni.
Persino nei Paesi che ci rimettono di più come la Germania il potere politico deve fare i conti con il consenso del mondo degli affari che ha resistito alle richieste crescenti di trasparenza fiscale da parte dell’opinione pubblica, cercando di evitare ogni tipo di rendicontazione che rivelerebbe le discrepanze tra le nazioni in cui prende forma l’attività economica e le nazioni in cui gli utili vengono riportati per motivi fiscali. Agli industriali tedeschi fa “comodo” che i paradisi fiscali europei consentano “interessanti” politiche di “pianificazione fiscale”, forma elegante per descrivere le manovre di elusione fiscale (compie evasione chi viola la legge per non pagare le tasse; è invece elusione manovrare attraverso le pieghe della legge per ottenere lo stesso risultato).
Vi è poi un problema tecnico che impedisce un’azione concreta su questo fronte da parte dell’Unione Europea. Le modifiche in materia fiscale richiedono infatti l’unanimità, e i paradisi si oppongono costantemente a ogni discussione di introduzione o revisione o delle norme, in nome della “sovranità fiscale”. Che finisce tuttavia per andare a scapito di tutti gli altri Paesi membri. “Nessuno dovrebbe sorprendersi che un paradiso fiscale agisca in maniera egoistica, indebolendo i propri vicini”, afferma in apertura del suo report il Tax Justice Network. E mutatis mutandis è proprio ciò che fanno anche gli stessi Olandesi che si ergono poi a paladini del rigore e della morale.
La forza del fronte dei paradisi fiscali si è resa evidente in occasione dell’elezione alla presidenza dell’Eurogruppo quando la candidata di Berlino, Parigi, Roma e Madrid (i 4 paesi che rappresentano il 75% dei versamenti all’UE), la spagnola Nadia Calviño, è stata battuta dall’irlandese Paschal Donohoe. La guida dell’organo che raggruppa i ministri delle Finanze dell’Eurozona è dunque andata all’Irlanda, uno dei paesi contrari al Recovery Fund proposto dalla Commissione e notoriamente uno dei paradisi fiscali europei.
Tra questi, in termini percentuali tra denaro drenato dagli altri e gettito nazionale, il primato va alla piccola Malta. Grazie al profit shifting Malta ottiene l’88% delle proprie entrate fiscali complessive. Ciò significa che senza l’elusione fiscale Malta non esisterebbe. Ma il discorso si fa più interessante se si ragiona di volumi complessivi. In testa alla classifica, va a posizionarsi proprio l’Irlanda che attraendo ogni anno 117 miliardi di euro dai Paesi (non solo europei) con tassazione maggiore raggiunge in questo modo la quota del 65% del proprio gettito. Al terzo posto vi è invece il Lussemburgo che attrae in questo modo 50 miliardi di euro, pari al 54% delle proprie entrate fiscali.
Tra i due si collocano al secondo posto quegli stessi Paesi Bassi che in questi giorni in particolare si atteggiano a moralisti. L’Olanda si atteggia a prima della classe quando deve impartire al resto d’Europa lezioni sulla tenuta dei conti pubblici e si oppone agli strumenti di solidarietà tra Paesi europei come gli eurobond, perché a fine 2018 vantava un rapporto tra debito pubblico e Pil al 52,4%: meno della metà del 130% italiano. Tuttavia Amsterdam ha i conti in ordine anche perché ha assorbito negli anni entrate e investimenti ingenti grazie a una legislazione fin troppo disinvolta, a lungo tollerata da Bruxelles. L’incredibile è che per bocca del premier Mark Rutte, gli Olandesi che si oppongono a qualsiasi ingerenza nel loro scandaloso sistema fiscale hanno la pretesa di controllare le economie degli altri Paesi membri. C’è di più, il sistema fiscale olandese ha attirato multinazionali non solo extraeuropee ma anche comunitarie. Amsterdam ha così incamerato entrate che sarebbero spettate ad altre nazioni del blocco, magari le vituperate cicale mediterranee. Ad Amsterdam le holding, infatti, non pagano quasi nulla sui profitti. Formalmente le aliquote fiscali olandesi non sono particolarmente diverse da quelle di molti altri paesi europei. I prelievi sono però estremamente ridotti o inesistenti se si parla di dividendi, guadagni da cessioni di partecipazioni, interessi incassati da prestiti infra gruppo, royalties e quant’altro. Dividendi e capital gain che affluiscono dalle controllate estere non concorrono all’imponibile, così come interessi e royalty non sono tassati al punto che anche i Rolling Stones e gli U2 sono basati in Olanda.
Così le multinazionali stabiliscono qui le loro holding (società che hanno in pancia le partecipazioni chiave di un’impresa) e costruiscono strutture di gruppo artificiose per far affluire denaro sotto queste forme. Non solo. “Destano preoccupazione gli accordi fiscali riservati che i Paesi Bassi, come anche altri Paesi Ue, hanno siglato e continuano a siglare con le imprese multinazionali che verosimilmente permettono di ridurre in modo consistente il livello effettivo di tassazione delle corporation”, spiega Misha Maslennikov, consulente di Oxfam Italia in tema di fisco. “L’Olanda”, continua Maslennikov, “ha inoltre in essere un ampio network di convenzioni fiscali con altri Paesi che hanno natura particolarmente restrittiva, permettendo un abbattimento significativo delle aliquote sulle ritenute alla fonte per diverse fattispecie di reddito d’impresa che fluiscono verso Amsterdam”. Non è un caso se nella classifica globale dell’associazione Tax Justice Network, i Paesi Bassi vengano solo dopo Isole Vergini, Bermuda e Isole Cayman quanto a opacità delle pratiche fiscali. Una delle tecniche utilizzate è quella di valutare la discrepanza tra le risorse che una società possiede in un determinato paese (dipendenti, uffici) e gli utili che qui realizza. Incrociando questi dati si scopre che ogni singolo, e a quanto pare fenomenale, dipendente lussemburghese genera profitti per oltre 8 milioni di euro. Uno svizzero 760mila, in Olanda 530mila. La media di tutti gli altri paesi europei è di 60mila euro per dipendente, con Italia e Germania allineate intorno ai 42mila e Francia a 33mila.
Il rapporto Tax Justice evidenzia altresì le “le forti inefficienze del modello di paradiso fiscale olandese”. A fronte di un buco da 10 miliardi di dollari all’anno per i principali membri dell’Unione europea, “i Paesi Bassi raccolgono appena 2,2 miliardi di dollari di imposte sulle società in più all’anno” con una perdita netta per il sistema di 7,8 miliardi. In altre parole “per ogni dollaro che i Paesi Bassi hanno raccolto dai profitti spostati delle società statunitensi, l’Ue nel suo insieme ne ha perso quasi 4 in termini di imposte dalle società”.
Il già citato https://www.paradisi-fiscali.org/ spiega con straordinaria quanto irritante precisione: “Ci sono giurisdizioni che, per le loro particolari caratteristiche, permettono di ottenere notevoli risparmi a livello tributario pur non essendo assoggettati a particolari forme di ritorsione da parte di organi sovranazionali: l’Olanda è un paradiso fiscale in questo senso…Sfruttando quindi l’Olanda quale paradiso fiscale white list per la costituzione di società holding è possibile dimenticarsi di tutte le novità fiscali legislative introdotte in Italia, senza doversi preoccupare di trovare soluzioni quali lo scudo fiscale per porre rimedio ad eventuali errori, l’unica maniera per tentare di ridurre l’onere fiscale è quello di approfittare della tassazione nel paradiso fiscale dell’Olanda. Del resto i Paesi Bassi beneficiano anche del loro status di paese membro dell’Unione Europea, caratteristica questa che consente di … senza dover fare i conti con eventuali black list”.
Così, sono molte le gradi società italiane che hanno trasferito negli ultimi anni la propria sede in Olanda per non pagare tasse in Italia. Si tratta a volte di quelle stesse società che in questi tempi di crisi, con scarso senso della decenza, magari chiedono i sussidi allo Stato Italiano e fanno andare in onda spot pubblicitari in cui reclamizzano i loro prodotti in nome della “italianità” della società.
Come avviene per l’Irlanda, la maggior parte delle aziende che guardano ai Paesi Bassi per versare all’erario il meno possibile vengono però dagli Stati Uniti. Tutto ha avuto inizio nel 1994, quando il fisco olandese introdusse il cosiddetto sistema “check the box”, che consentiva alle compagnie americane di scegliere se registrare le loro operazioni locali come sussidiarie (ovvero partecipazioni in una società esterna che viene tassata a parte) o filiali (parti integranti della casa madre). Avviando in Olanda una società a responsabilità limitata, soggetta al fisco Usa secondo la legge olandese e soggetta al fisco olandese secondo la legge Usa, un’azienda americana riusciva così a rendere invisibili le operazioni svolte tramite tali società attribuendole a filiali olandesi se occorreva nasconderle al fisco Usa e a sussidiarie Usa con filiale in Olanda se bisognava “ottimizzare” quanto dovuto all’erario di Amsterdam. Questi sotterfugi diventarono col tempo così popolari da costringere Usa e Olanda a porre fine agli abusi con il trattato fiscale negoziato nel 2002. Ma non sarebbe dovuto passare molto tempo perché tutto ricominciasse come prima. Nel maggio 2003 un ex dirigente della banca Abn Amro, Joop Wijn, divenne sottosegretario agli Affari Economici e avviò una fitta rete di contatti con legali, contabili e manager di grandi aziende per studiare una nuova normativa che consentisse alle compagnie americane di ricominciare a utilizzare l’Olanda come sponda per evadere le tasse. Wijn però non si limitò a tornare a offrire tutti i vantaggi del sistema “check the box”. Nel 2006 venne abolita anche la norma che impediva l’evasione sui bond ibridi, obbligazioni a metà tra il debito puro e l’azione i cui redditi possono essere quindi considerati, a seconda del sistema fiscale, interessi o dividendi. Nell’ipotesi di una compagnia con sede in Olanda che avesse sottoscritto un bond ibrido di una società straniera, ciò significava che quest’ultima poteva dedurre il pagamento dell’interesse mentre la società olandese poteva dichiararlo come utile da capitale, non tassabile secondo la legge di Amsterdam. In tal modo nessuna tassa veniva pagata sui bond ibridi, che diventarono presto un comodo espediente per spostare flussi di denaro senza intaccarli. Grazie alle riforme di Wijn, come risulta da un’inchiesta della testata olandese De Correspondent, dal 2005 compagnie come Nike, General Electric, Caterpillar e Time Warner sono riuscite a mettere al riparo in Olanda circa mezzo trilione di dollari. La Camera di Commercio Americana è tanto grata all’ex banchiere da assegnargli un Investment Award e da nominare il suo compagno, Patrick Mickelsen, nel board.
Ma l’Olanda non ha trascurato i partners europei. Già negli anni ’90 giravano per gli studi di avvocati e commercialisti anche italiani emissari di società olandesi che si proponevano come “cartiere” per l’emissione di fatture fasulle per consentire ai clienti dei professionisti italiani di dichiarare costi inesistenti grazie a “giochetti” consentiti dalla compiacente legge olandese. La disponibilità di un sistema fiscale “spigliato” ha prodotto pratiche di “ottimizzazione” ancora più ardite, basate sullo spostamento di flussi di denaro da una nazione all’altra (e ritorno). Il più celebre era, fino a pochi anni fa, il “Dutch Sandwich with Double Irish”, ovvero “panino olandese con doppio irlandese“, una triangolazione che consentiva di spostare gli utili alle Bermuda o alle Cayman utilizzando come perno una società registrata come irlandese (e quindi considerata straniera dal fisco Usa) ma di fatto gestita e controllata da qualche paradiso fiscale insulare (e quindi straniera anche dal punto di vista di Dublino). Il meccanismo si basava sull’esenzione fiscale che in quasi tutta la Ue godono i pagamenti di royalty tra una nazione e l’altra. Un flusso di denaro fatto apparire come tale passava così dall’Irlanda a una società olandese che a sua volta glielo rigirava depositandolo offshore grazie a una norma della legge tributaria olandese, ideata dal solito Wijn, che esentava dalle tasse anche i “royalty payments” diretti verso i succitati paradisi fiscali, per i quali l’Olanda ha funto come una vera e propria “backdoor” aperta nel cuore dell’Europa. Lo schema aveva poi una variante tutta olandese mediante la triangolazione con le Antille olandesi.
Come l’Irlanda, sotto pressione di Bruxelles, nel 2015 è stata costretta a riformare le norme che consentivano il ‘panino’, in Olanda è in vigore dallo scorso 1 gennaio la direttiva europea ADAT 2 contro l’evasione fiscale che estende le misure restrittive sui disallineamenti ibridi oltre i confini dell’Unione, smontando di fatto buona parte dell’architettura costruita da Wijn. Non solo, da luglio è divenuto effettivo il recepimento della direttiva del maggio 2018 che impone di comunicare tutte le operazioni transfrontaliere che consentono di evadere le tasse. Dopo aver agito per 25 anni come un paradiso fiscale nel cuore dell’Unione l’Olanda ha dunque visto chiudersi questo capitolo.
Tuttora in auge è invece quello del profit shifting, un tema sul quale l’Olanda non sembra intenzionata a mollare la presa. Amsterdam raccoglie infatti in questo modo il 30% del proprio gettito fiscale, attraendo in maniera artificiosa circa 90 miliardi di euro da altri Paesi, a cui offrire un’aliquota speciale. Tax Justice Network di recente ha stimato che i Paesi Bassi – gli attuali grandi oppositori di misure “solidali” di risposta alla pandemia come i coronabond – l’anno scorso abbiano sottratto al nostro Paese 1,5 miliardi. Si tratta di una situazione ben nota a tutti a Bruxelles e perfino rivendicata con una non comune dose di sfacciataggine da chi se ne avvantaggia. L’analisi di Tax Justice mostra “che i Paesi dell’Ue con il numero di casi accertati più elevati di Covid-19 sono quelli che storicamente hanno perso di più a causa delle imposte sulle società applicate nei Paesi Bassi, che è attualmente uno dei principali oppositori delle misure di solidarietà proposte dall’Ue”, si legge nella nota che snocciola i dati. L’Olanda “paradiso fiscale” crea un ‘buco’ da 10 miliardi a danno di Italia, Spagna e Francia. Tax Justice analizza i dati pubblicati quest’anno dagli Stati Uniti relativi ai costi e profitti delle società statunitensi nell’Ue nel biennio 2016-2017. “Invece che dichiarare i profitti nei Paesi Ue in cui sono stati generati, le società statunitensi hanno spostato miliardi di utili nel paradiso fiscale olandese”. Un movimento di capitali che “ha comportato enormi riduzioni annuali delle cartelle fiscali di alcune importanti aziende statunitensi”. Le perdite fiscali, prosegue lo studio, hanno colpito soprattutto la Francia, “che ha perso oltre 2,7 miliardi di dollari imposte sulle società nei Paesi Bassi”, ma anche l’Italia, “che ha perso oltre 1,5 miliardi di dollari”, la Germania, colpita “per 1,5 miliardi di dollari” e la Spagna, “che ha perso quasi un miliardo di dollari nel paradiso fiscale olandese”.
“La pandemia di coronavirus ha messo in luce i gravi costi della cosiddetta concorrenza fiscale tra i Paesi”, sostiene Alex Cobham, amministratore delegato di Tax Justice Network. “Per anni, i Paesi Bassi hanno provocato una corsa al ribasso all’interno dell’Ue, consegnando sempre più ricchezza e potere alle più grandi corporazioni e portandola via dagli infermieri e dagli operatori del servizio pubblico che oggi rischiano la vita in tutta Europa per proteggere la nostra”, conclude. Può essere tuttavia proprio il COVID-19 a minare la solidità del regime dei Paesi Bassi, soprattutto se la pandemia dovesse durare ancora altri mesi? È quanto spiega lo studio legale Loyens&Loeff, uno dei più importanti d’Europa, circa l’impatto del coronavirus sulle residenze fiscali nei Paesi Bassi: “date le numerose restrizioni sui viaggi, le aziende con residenza olandese potrebbero per esempio non essere in grado di convocare riunioni del consiglio nei Paesi Bassi”. Così a rischio ci sarebbe, tra le altre cose, “l’applicazione di varie agevolazioni fiscali sulle imposte sulle società”. Senza precisazioni da parte del ministero delle Finanze olandese né da parte della riscossione, la crisi da Covid-19 potrebbe incidere anche sui requisiti. Infatti, avverte lo studio legale, “può essere difficile soddisfare i requisiti secondo cui almeno la metà del numero totale di amministratori e altre persone con potere decisionale si qualifichino come residenti fiscalmente nei Paesi Bassi e che le decisioni di gestione siano prese nei Paesi Bassi”.
Nell’incontro del 12 settembre 2018 presso la Direzione generale della Fiscalità e dell’Unione Doganale della Commissione Europea, indetta per costruire una “piattaforma di buona governance fiscale”, il prof. Sjoerd Douma dell’Università di Amsterdam ebbe la faccia tosta di dichiarare che, una “scelta volontaria del governo olandese di adottare misure di contrasto all’elusione fiscale oltre le richieste minime del consensus internazionale indebolirebbe seriamente il clima degli investimenti nei Paesi Bassi. Specialmente nel contesto della Brexit e della riforma fiscale americana, l’Olanda deve preservare la propria reputazione di “porta d’ingresso in Europa” e proteggere i suoi tradizionali gioielli della corona”. Della serie: “so che vi sto derubando ma va bene così”. Secondo le confindustria olandese anzi, è sbagliato l’approccio della Commissione di puntare a una base imponibile comune in Europa. Piuttosto ci sarebbe bisogno di una maggiore competitività tributaria, così come dell’eliminazione delle ritenute sui dividendi: In pratica un “tutti contro tutti” fiscale alla faccia dei decantati principi solidaristici dell’Unione.
La posizione olandese così, intransigente da aver irritato persino la stessa Germania (“Altro che Paesi frugali, sono avidi e miopi” ha dichiarato Norbert Rottgen candidato alla presidenza della Cdu) rischia di spaccare l’Unione Europea e ha provocato prima la reazione irata del premier portoghese Antonio Costa, che ha chiesto senza mezzi termini ai Paesi Bassi di chiarire se vogliono restare nell’Eurozona o meno, e poi l’iniziativa del ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio e dello stesso premier Conte che si sono detti risoluti a voler porre il tema dei paradisi fiscali sul tavolo europeo. Secondo Alberto Rustichelli, presidente dell’Autorità di vigilanza sul mercato “così non si può più andare avanti. Sono anni che lo si dice e ancora nulla è stato fatto per sanare queste profonde disparità e ingiustizie all’interno di una Unione che appare sempre più disomogenea a livello fiscale al suo interno”.
Ma questa volta si spera che dietro l’iniziativa del commissario Gentiloni l’Italia metta finalmente tutto il suo peso di Paese fondatore dell’Unione, facendo del caso una questione di principio sul quale arrivare a minacciare il veto all’approvazione del prossimo bilancio UE. Anche perché è ora di finirla di fare la figura del pezzente che va a mendicare da quella stessa Europa nei confronti della quale siamo tra i principali pagatori netti. L’Italia, quarto contributore netto al bilancio UE, deve smetterla di porsi costantemente come un postulante con il cappello in mano. Deve invece battersi affinchè si ponga finalmente fine allo scandalo dei paradisi fiscali intra-UE e si arrivi ad una armonizzazione tributaria. E l’Unione Europea deve finalmente occuparsi senza più tentennamenti e con decisione di quei Paesi membri che sottraggono entrate tributarie dei propri partners comunitari.
Gli Olandesi ci accusano di non saper rispettare le regole? Per una volta vestiamo i panni di chi le regole in Europa pretende siano rispettate. Così il “maestrino” Mark Rutte invece di dare lezioni per una volta avrà qualcosa da imparare: chi mette le mani in tasca ad un altro, si chiama ladro.

